COME SI DIFFONDE LA MUSICA A NAPOLI – La nascita di ‘Te voglio bene assaje’, la scrisse l’inventore dell’Aletoscopio. Di Giacomo racconta: “Salivano le voci dalla via…”

Che Napoli fosse «nu teatro antico sempe apierto», così come scrive Eduardo, è cosa nota e tangibile ancora oggi. Il suo essere/non essere nella storia, i suoi mali atavici, le sue bellezze, la sua cultura è possibile quasi viverle attraverso i sensi: chiudi gli occhi e il profumo del mare si sposa con quello della cucina; dischiudendoli scorgi in ogni dove mura antiche e chiese barocche, tra la magniloquenza e la sozzura dell’incuria; presti attenzione all’udito e ascolti musica, ora bassa e ahimè triviale talvolta, ora divina e ineffabile.

Ed è la stessa musica ad invadere l’aria e con essa l’animo, diffondendosi e passando di bocca in bocca, così come nei secoli scorsi, così come avvenne per Te voglio bene assaje, ritenuta da alcuni studiosi la prima Canzone Napoletana del filone pressappochisticamente definito classico, ma che sarebbe meglio definire d’Autore.

In realtà a scriverla non fu un poeta di professione, ma un ottico, Raffaele Sacco. Inventore dell’Aletoscopio – macchinario che tentava di smascherare le contraffazioni – diventò socio di varie accademie ed una sera, in un’occasione dilettosa, annunciò d’aver scritto Te voglio bene assaje e fu cantata per la prima volta da un tenore del Teatro Nuovo, con un coro che andava entusiasmandosi sempre più ad ogni strofa e all’ultima un secondo coro s’unì e come scrive il Di Giacomo: «salivano le voci dalla via e i cantatori erano popolani i quali componevano un pieno, inaspettato e sonoro, al finale appassionato».

Il successo fu alacre e la canzone, presentata alla Piedigrotta del 1835, cantata ovunque, fino diventare una sorte di tormento per un personaggio che si firmava G.S. e che su un giornale scrisse:

Addio mia bella Napoli,
fuggo da te lontano!
Perché pensier sì strano,
Tu mi dirai, perché?
Perché mi reca nausea
Quella canzone o mai:
Te voglio bene assaje
E tu non pienze a me!